Personaggi e interviste
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Giornale di Sicilia 8.4.1978 Intervista
a Luciano Liggio Porta la fede al mignolo:
Completo grigio chiaro a strisce sottili marrone, maglione blu a
girocollo, calzini blu e scarpe nere, occhiali leggermente affumicati,
stempiato con capigliatura ancora folta e brizzolata, fede nuziale al
mignolo sinistro, mano destra nella tasca del pantalone che lascia appena
intravedere le manette. Così Luciano Liggio, 53 anni compiuti a febbraio,
si è presentato ieri alla prima sezione della Corte d'Appello. E' entrato
in aula disinvolto e compiaciuto dell'interesse che ha suscitato al
palazzo di giustizia e persino della nutrita scorta di carabinieri.
Quando i cronisti gli hanno cominciato a rivolgere domande
Liggio ha precisato:
"Tutto ciò che potrei dirvi, lo distorcereste perché
voi giornalisti dovete soddisfare a certe esigenze...". - Ho sentito dire - gli ho poi chiesto - che presenterà
istanza di revisione del processo con cui a Bari fu condannato
all'ergastolo. E' vero?
"Non ho presentato alcuna istanza di revisione". -
Ma ha intenzione di presentarla?
"Lei vuole proprio leggere nelle mie
intenzioni?". - Vedo che porta una fede al dito, è sposato?
"Sono sposato, anzi preciso, sentimentalmente mi
ritengo sposato". - Si tratta della signora Parenzan che le ha dato un
figlioletto?
"Si".
Abbiamo chiesto a Liggio della fuga dalla Villa Margherita
di Roma. Il boss ha respinto decisamente quanto all'epoca è stato scritto
sul suo conto.
"Io non sono mai fuggito. Non ero né sorvegliato né
piantonato. E' stato il questore Angelo Mangano a creare di sana pianta
questa pretesa mia fuga dalla clinica. Per questo episodio ho subìto un
processo e sono stato assolto con formula piena, perché il fatto non
sussiste". - Si ritiene coinvolto nell'associazione dei "114" della cosiddetta mafia nuovo corso?
"Io sono costretto a cascare sempre dalle nuvole.
Conoscete tutti meglio di me il questore Mangano. L'accusa proviene
proprio da Mangano che ha creato tutto di sana pianta". - Lei era amico di Frank Coppola?
"Per mia disgrazia, ho coabitato con lui per qualche
mese nella stessa cella mentre ero detenuto nel carcere di Bari". - Conosce don Tanino Badalamenti?
"Lo conosco dai tempi della mia adolescenza.
Badalamenti, titolare di una azienda pastorizia, veniva spesso nel
corleonese per ragioni di pascoli. Poi si fidanzò con una corleonese che
abitava vicino casa mia e la cui famiglia era in buoni rapporti con noi.
Pertanto anche con Badalamenti divenimmo amici e, poi, addirittura
compagni di San Giovanni".
Quindi Luciano Liggio si è seduto sul banco degli imputati.
Ha tirato fuori un sigaro "Avana", lo ha delicatamente
liberato dell'involucro e lo ha a lungo annusato. Poi si è rivolto
continuamente verso il pubblico per parlare a distanza con una nipote.
Quando l'udienza è stata rinviata a lunedì, Liggio si è
allontanato con la sua scorta di carabinieri con lo stesso passo cadenzato
con cui era entrato.
"Lunedì non ritornerò. Mi secca tutta questa
coreografia. E poi io non sono venuto per il processo. Mancavo da Palermo
da 14 anni e, in tutto questo periodo, ho avuto poche possibilità di
avere colloqui con i miei parenti. Spero di potere rimanere per qualche
tempo all'Ucciardone appunto per vedere con più frequenza i miei".
E poi, rivolto con degnazione ai "paparazzi"
che lo avevano bersagliato di flash, il boss, un po' sorridendo, un po'
comandando ha disposto:
"Mi raccomando, le migliori mandatemele in
carcere".
Ritratti di un gangster in un "interno", al
palazzo di giustizia.
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