Personaggi e interviste
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Giornale
di Sicilia 8.4.1978 Liggio il processo se lo fuma
Elegante
sicuro di sé, volutamente distaccato, è stato il protagonista di una
udienza appendice al processo dei 114
Difficile ieri entrare nell'aula della prima sezione
della Corte di Appello presieduta dal dottor Mollica (a latere Barreca e
D'Antona), protetta da un cordone di agenti e carabinieri, armati di
mitra. La presenza di Liggio nell'aula ha indotto i tutori dell'ordine a
presidiare anche gli ingressi e la hall al primo piano del palazzo di
giustizia. Uno spiegamento di forze insolito, come insolito è stato
l'equipaggiamento di militari e agenti.
Luciano Liggio e l'altro imputato, Benedetto La Cara, sono
rimasti sorpresi da un simile spiegamento di forze e dall'insistenza con
cui fotoreporter e cameramen hanno cercato di riprendere la "scena" del loro ingresso in aula. Entrambi coinvolti nel
processo ai 114 della mafia nuovo corso e condannati in primo grado (29
luglio 1974), Liggio a sei anni e mezzo, e La Cara a tre anni, sono
arrivati a Palermo per il processo di appello che era stato stralciato dal
processo principale. Il boss di Corleone a quell'epoca era ancora
latitante e La Cara aveva ricusato il presidente Gristina, per cui venne
imputato di oltraggio (il processo è pendente dinanzi al tribunale di
Messina).
Liggio, interrogato per la prima volta, in ordine ai 114, ha
contestato le accuse. Le ha ritenute una "montatura" del
questore Angelo Mangano. Ha negato di conoscere Gerlando Alberti e di
essersi mai soffermato a Napoli.
"A Napoli - ha precisato - ci sono stato solo di
passaggio. Ma come sono stato a Napoli sono stato anche in molte altre
città d'Italia". Liggio ha anche negato la sua amicizia con Frank
Coppola, il boss della droga che si sarebbe accordato col questore Mangano
per farlo catturare e ha addirittura definito una "disgrazia" la conoscenza con
"Frank tre dita",
con lui detenuto nel carcere di Bari. Ha ammesso la sua amicizia con
Giuseppe Corso junior, che lo avrebbe solo accompagnato, dopo l'uscita da
Villa Margherita, da un notaio di Roma per fare una procura generale alla
sorella Maria Antonietta.
Anche Benedetto La Cara ha contestato le accuse ed ha
sostenuto che a Milano fu vittima di un'aggressione indicando il nome del
suo feritore. "Il mio, quindi - ha detto - non è stato un
comportamento da mafioso". Ed ha aggiunto: "Io sono uno
scrittore anche se non proprio del livello di Leonardo Sciascia ed ho
scritto un libro che è stato sequestrato dal giudice genovese Bonetto che
conduce l'istruttoria sull'omicidio del procuratore Pietro Scaglione".
Il sostituto procuratore generale Notarbartolo, conclusa
l'istruttoria dibattimentale, ha ritenuto Liggio organizzatore, insieme ad
altri imputati già giudicati, dell'associazione dei "114" e
contestando al boss di Corleone altre aggravanti ha chiesto un aumento di
pena; da sei anni e mezzo a otto anni. Per La Cara ha chiesto quattro anni
e mezzo di reclusione contro i tre di primo grado.
L'avv. Orazio Campo, primo difensore di Liggio, ha sostenuto
la nullità della prima sentenza per violazione dei diritti della difesa.
In subordine ha chiesto l'assoluzione piena del suo assistito e, in linea
ancora più subordinata, la rinnovazione anche parziale del dibattimento
per dare la possibilità a Liggio di dimostrare la sua innocenza.
L'avv. Giacomo Tramonti, per La Cara, ha chiesto
l'assoluzione piena e, in subordine, una condanna contenuta nei limiti
della detenzione già scontata dall'imputato e la revoca della misura di
prevenzione che fa obbligo a La Cara di risiedere a Borgo Vercelli.
La causa è stata aggiornata a lunedì. Luciano Liggio, che
aveva bruscamente interrotto il pubblico ministero, durante la
requisitoria, per chiedere "da dove nasce la mia notorietà?"
(è stato per questo richiamato e ammonito dal presidente Mollica), ha
annunciato che alla ripresa non si presenterà in aula. La sentenza si avrà
dopo l'arringa del secondo difensore dell'ex primula, avvocato Dino
Canzoneri.
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