Le Grandi Inchieste
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Alla
mafia i privilegi ai
" piccoli " le briciole Quanto
costerà all'impresa l'affitto del terreno per impiantarvi il cantiere
L'impresa milanese Lodigiani, subito dopo
l'aggiudicazione dell'appalto (per oltre 47 miliardi) dei lavori per la
costruzione della diga Garcia, ha trovato nella zona "ponti d'oro".
Ecco perché l'ing. Francesco Secco, direttore tecnico dell'impresa,
quando si è scritto che la catena di otto morti ammazzati nel triangolo
Roccamena, Corleone, Mezzojuso, portava l'etichetta della mafia ed era
collegata con la diga, si premurò a dichiarare: "Io della mafia ho
solo sentito parlare...". Lui i mafiosi li immagina con i "barracani" sulle spalle e con la cal. 38 in pugno. E non
solo l'ing. Secco. Molti settentrionali la pensano come lui. Non appena la
Lodigiani ha messo piede a Garcia le è stato subito offerto un cocuzzolo
arido dal quale, comunque, si domina la vallata che, entro cinque anni,
dovrebbe venire sommersa dalle acque della diga. "A disposizione
ingegnere, lei qui è il padrone". E la Lodigiani sul cocuzzolo
panoramico di Garcia, vi ha realizzato il suo cantiere con una spesa di
cento milioni: alloggi moderni per circa 500 operai, un immenso capannone
per la mensa, infrastrutture per i mezzi meccanici e persino un pozzo per
l'acqua. Poi quando il
cantiere, moderno, è stato
realizzato, l'ing. Secco ha avuto un altro colloquio con il proprietario
della collinetta. "Io - ha detto il personaggio di Poggioreale -
ingegnere, non pretendo un soldo di affitto. Ma sa, in cinque anni, quando
l'impresa avrà finito i suoi lavori, non mi dispiacerebbe che venisse
lasciato tutto per come è stato sistemato ora". Il proprietario
dell'arido cocuzzolo, così, quando la Lodigiani sloggerà dal cantiere,
si troverà proprietario di opere per oltre 100 milioni che, magari, potrà
adibire (e nella zona se ne avverte la necessità) a confortevole
albergo-ristorante. La zona lo consente.
A chi servono i "barracani" e le "cal.
38"? Alla mafia qualificata certamente no. Non sono serviti a
Rosario Napoli, che era stato presentato al direttore della Lodigiani da
un personaggio influente, per noleggiare all'impresa della diga una pala
meccanica e per fornire materiale dalla sua cava Mannarazza. "Ma
che subappalti - dice l'ing. Secco - noi siamo autosufficienti. Se qui
occorre una ruspa, da Milano ne mandano tre. E così anche per i camion,
così per le pale meccaniche e per le betoniere".
Un discorso, press'a a poco, come quello del geometra Cattani,
direttore della Saiseb, un'altra delle decine di imprese del continente
scese nelle zone terremotate del Belice per "dare una mano"
alla ricostruzione dei paesi terremotati. Cattani ha smentito che il
colonnello Russo, ucciso in un'imboscata a Ficuzza, operasse da qualche
mese come consulente della Saiseb. L'assessore Bellomare ha smentito
Cattani, come la ruspa di Rosario Napoli, abbandonata dal proprietario del
cantiere di Garcia al momento della sua precipitosa fuga in Svizzera, dopo
l'attentato subito a Mannarazza, smentisce l'ing. Secco.
La mafia della cal. 38, semmai la conosce Rosario Napoli: una mafia
della base, nella piramidale organizzazione, che si contende il pane
quotidiano, gli spiccioli dei "grandi", gli appalti
secondari, le forniture. Rosario Napoli aveva portato al cantiere della
Lodigiani campioni delle pietre della cava acquistata di recente e di
prossima inaugurazione, proprio alle spalle della vecchia cava Mannarazza,
che aveva avuto fino ad allora in affitto. Quando Napoli iniziò, col suo
biglietto di presentazione, i suoi rapporti con la Lodigiani, i
proprietari della cava che lui aveva in affitto, cercarono di mettergli i
piedi sul collo. Fino allo scorso giugno,
Napoli pagava come canone 150 lire a metro cubo di materiale
estratto e venduto. "O ci dai 350 lire a metro cubo di materiale, o
te ne puoi andare", gli dissero. Napoli si sentiva protetto. Chi lo
aveva presentato al direttore della Lodigiani avrebbe potuto anche
proteggerlo dalle "vessazioni" dei proprietari della cava.
Perciò resistette e reagì comprandosi una cava vicina. Poi
il 19 luglio scorso, quando quattro killer cercarono di ammazzarlo
(o volevano solo impaurirlo?), Napoli si rese conto che i suoi protettori
non potevano garantirgli anche la vita e fece frettolosamente fagotto. Si
è rifugiato in Svizzera. Undici giorni dopo, sul ponte San Leonardo di
Roccamena è morto ammazzato Giuseppe Artale, uno dei comproprietari della
cava Mannarazza e guardiano del cantiere della Paltrinieri, un'altra delle
undici imprese impegnate, per conto del consorzio dell'alto e medio
Belice, in lavori nella vallata di Roccamena.
Ponti d'oro per la Lodigiani: mentre i disperati della base mafiosa
ribattono a colpi di lupara e cal. 38. Questi i due volti di una stessa
organizzazione, a livelli diversi. Ponti d'oro della mafia alla diga e
alla Lodigiani, ponti d'oro alla diga anche del consorzio tra i
proprietari dei terreni espropriati, che non si sono affatto battuti per
impedire la costruzione di un invaso che avrebbe tolto lavoro a pane a
circa duemila braccianti agricoli e portato in zone lontane l'acqua del
palermitano.
"A battermi per il fermo della diga - dice l'on. Nicola
Ravidà - sono rimasto solo e naturalmente inascoltato. Ho presentato
all'Assemblea regionale, il 20 ottobre 1976, un'interrogazione con cui
avevo sollecitato la sospensione della diga. Ottenni una risposta,
dall'assessore all'Agricoltura, evasiva e insoddisfacente. Replicai nella
seduta del 19 gennaio scorso, ma inutilmente. Definii la diga Garcia uno
di quei monumenti allo spreco e di quelle voragini di pubblico denaro che
segnano, come pietre mortuarie, il cammino del sud verso la depressione e
l'emarginazione. Sono i risultati e i simboli di una falsa politica
meridionalista, nutrita di improvvisazione, demagogia, superficialità e
con uso disinvolto degli strumenti pubblici. Non è raro, del resto, che
parti politiche e strumenti d'opinione, che si richiamano ad interessi
popolari, finiscano poi col patrocinare soluzioni che comportano sprechi
colossali e, quindi, distruzione di ricchezza pubblica e, quindi, altra
miseria e altra depressione. La Garcia continua una non onorata tradizione
di errori e di abbagli, che sono anche della sinistra siciliana. Perché
questa spesa di miliardi? Forse per irrigare il cuore silenzioso e
depresso della Sicilia occidentale e, quindi, portarvi speranza,
benessere, alternative all'emarginazione e alla storica condanna del
feudo? Nossignori! Serve a portare acqua dove già c'è, dove
l'agricoltura è mirabilmente ornata di trasformazioni e di iniziative,
trascurando e mandando alla malora le piane depresse dell'interno".
Ma la diga non è stata bloccata. Certi interessi, oscuri e
curiosi, non possono essere travolti nel nome e nell'interesse di quelle
categorie (piccoli coltivatori, mezzadri, affittuari, emigrati,
assegnatari della riforma) che, per una diga con diverse finalità,
avevano combattuto, affiancate da forze politiche e sindacali di un ampio
schieramento.
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