Le Grandi Inchieste
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Quali
interessi mobilita un'opera
da 350 miliardi Gli
espropriati sono 263: un ettaro di vigneto pagato tredici milioni, il
doppio se apparteneva a un coltivatore diretto - I vantaggi dei trapanesi
e degli agrigentini
L'uccisione del colonnello Giuseppe Russo è servita forse a
mettere a nudo, in termini realistici, uno spaccato dell'oscuro mondo
della mafia nei suoi livelli più qualificati e a fornirci una più chiara
visione del connubio mafia - politica e dei potenti mezzi di cui questa
accoppiata dispone nella sfrenata e sconcertante corsa all'arricchimento
senza limiti. Forse Giuseppe Russo ha scritto da morto il rapporto più
significativo della sua lunga e brillante carriera di ufficiale del nucleo
investigativo dell'Arma: un rapporto che apre le sue prime pagine col dopo
Ciaculli. Quando in quegli anni di guerra cruenta tra le cosche mafiose
del palermitano, l'allora capitano Russo, succeduto al maggiore Favalli e
al capitano Ricci al comando del nucleo investigativo, cominciò a muovere
i primi passi contro la malavita organizzata della Sicilia occidentale,
avvenne un fatto che incuriosì investigatori e mafiosi. Un certo
costruttore, don Peppino Garda, presunto "boss" di Monreale,
vendette frettolosamente molti degli edifici, costruiti in via Sciuti in
società con Peppino Quartuccio (il marito della rapita di Monreale, in
galera perché accusato di sei omicidi seguiti dalla liberazione senza
riscatto della moglie), e si ritirò in eremitaggio. Perché la fuga da
Palermo di Giuseppe Garda? Paura di venire coinvolto nella tremenda faida
tra le cosche mafiose palermitane capeggiate dai La Barbera, Torretta,
Greco, Cavataio, Luciano Liggio? Per un capitano - Giuseppe Russo - che
giunge al comando del nucleo investigativo, un presunto boss dell'edilizia
che fugge in un solitario eremitaggio a Roccamena.
"Dalla vendita degli edifici di via Sciuti - ci dice
Giuseppe Garda - ricavai cento milioni. Investii il denaro a Roccamena e
lo impiegai tutto per l'acquisto di un incolto latifondo" (dove ora
in gran parte dovrà essere costruita la diga Garcia). Il motivo don
Peppino non ce lo ha detto. Ma oggi, è facile intuirlo. Dal giorno della "fuga" da Palermo del
"patriarca" di Monreale,
prendeva il via l'esecuzione di un colossale progetto: quello per la
costruzione della diga Garcia. L'ex costruttore, quindi, non fuggì dalla
trincea dove le cosche palermitane si contendevano a colpi di calibro 38 e
di "Giuliette-bomba" privilegi nelle costruzioni: andava a
realizzare un progetto che, nel giro di dieci anni, gli ha fatto intascare
quasi un terzo dei 17 miliardi stanziati dallo Stato per la costruzione
della " faraonica " diga. E mentre il "re" di
Roccamena compie gli ultimi passi per intascare la sua buona fetta di
miliardi per i vigneti espropriatigli, raggiungendo il vertice della sua
formidabile ascesa economica, il capitano Russo, divenuto poi colonnello,
ha varcato il traguardo della vita nella vile imboscata di Ficuzza. Due
carriere, due esempi.
La costruzione della diga Garcia era stata progettata da un
trentennio. Ma col prefetto Mori a Palermo, negli anni trenta, la mafia
dovette accantonare molti dei suoi progetti, impegnata
in una dura lotta di sopravvivenza. Dopo Ciaculli e il
ristabilimento degli equilibri mafiosi seguiti agli arresti di Angelo La
Barbera, Pietro Torretta e Luciano Liggio, nel palermitano, e di don
Vincenzo Rimi e del figlio Filippo, nel trapanese, il progetto tornò
d'attualità.
"Burgisi" furbi, ma poco lungimiranti e, soprattutto
preoccupati di evitare ogni rapporto con i superburocrati
dell'espropriazione, furono ben lieti di cedere i loro terreni, del resto
incolti ed adibiti a pascoli, per una fazzolettata di milioni. Giuseppe
Garda, per assicurarsi un latifondo di oltre 300 ettari, impiegò 100
milioni. Altrettanto fecero personaggi lungimiranti
come i Salvo e i Giocondo che con poche centinaia di milioni,
divennero proprietari di feudi immensi. Quando nelle contrade di Gammari e
di Balate di Roccamena, Garda, i Salvo, i Giocondo, etc., misero in moto
la macchina della trasformazione della immensa vallata che da Roccamena si
estende fino a Garcia (un triangolo di terra tra le provincie di Palermo,
Agrigento e Trapani) , a Monreale, Roccamena, Pioppo, San Giuseppe Jato e
San Cipirello, si gridò al miracolo. Centinaia di ettari di terreni a
pascolo furono trasformati in lussureggianti vigneti irrigui.
Naturalmente, le provvide leggi agricole regionali hanno favorito questa
imponente trasformazione e la costruzione di laghetti collinari.
"I miei vigneti - dice Giocondo di Poggioreale,
indicandoceli dalla roccaforte di Gammari di don Peppino Garda - sono
decine di ettari e tutti giovani. Quest'anno sono al sesto raccolto. Fra
cinque anni saranno sommersi dall'acqua della diga".
- Ma perché ha impiantato sette anni fa, un così vasto vigneto se
ben sapeva che i terreni gli sarebbero stati espropriati per la
costruzione della diga? Nessuna risposta. Per Giocondo parla la
legge 865: 13 milioni a ettaro per i vigneti, 4 milioni e mezzo per
i seminativi. Le cifre sono raddoppiate se i proprietari sono (e lo sono
tutti) coltivatori diretti. Il miracolo della trasformazione, quindi, è
divenuto un "miracolo" economico per i nuovi proprietari
espropriati, una tremenda beffa per i vecchi "burgisi" che,
per paura dell'esproprio, si erano frettolosamente disfatti dei loro
terreni, e un tremendo inganno per il bracciantato agricolo del retroterra
palermitano (circa duemila occupati), tradito prima dalla natura e poi
dalla trasformazione. Avevano prima una valle incolta che non dava loro
pane, avranno entro cinque anni un lago in cui soltanto potranno
specchiare le loro ansie e la loro amarezza.
Giuseppe Garda, per ogni cento ettari di vigneto espropriatogli,
guadagnerà 2 miliardi e seicento milioni: altri 13 milioni ad ettaro
andranno nelle tasche dei generi, dei nipoti e di qualche amico per i
rapporti di gabelle, mezzadrie e cooperazione che avevano instaurato con
don Peppino e che sono indispensabili per avere la fetta delle
somme stanziate per l'espropriazione. La costruzione della diga Garcia,
anche se l'ingegnere Francesco Secco, rappresentante della Lodigiani,
appaltatrice dei lavori per un primo progetto di 47 miliardi e rotti, si
ostina a dire che "non ho ancora visto la mafia e non riesco a
vedere come la mafia possa intrufolarsi nei lavori della diga",
viene ad attuare un decennale piano della mafia che, nella
realizzazione del più grande serbatoio del palermitano, aveva
trovato nuovi equilibri: a Palermo i vantaggi delle terre espropriate, ad
Agrigento una parte di acqua e
le forniture per la mensa e delle persone di fiducia della Lodigiani, al
trapanese la stragrande maggioranza dell'acqua della diga con la
valorizzazione di immense distese di terreni prima incolti.
Se nella fase cruciale della realizzazione (piano espropriazione e
inizio lavori) si sono registrati
i sequestri Corleo, Campisi, Madonia e Graziella Mandalà, oltre quelli di
Luciano Cassina e di Giuseppe Vassallo, vuole dire che proprio la diga
Garcia ha fatto saltare equilibri che sembravano già consolidati. Di
fronte alla ballata di miliardi intorno a Garcia, insomma, si è avuta una
specie di rivolta di parenti poveri: una vera e propria guerra fra il
vertice economico di una piramide (mafia - politica) e un certo strato,
tra la mediana e la base, della piramide stessa. La diga, che aveva così
fatto venire la "fame" anche a Danilo Dolci, che, per la
realizzazione del grande invaso, aveva digiunato a Roccamena per 40
giorni: che aveva indotto il governo a dare alle masse contadine il
contentino di pezzetti di latifondo a Roccamena (che rimarranno
all'asciutto): che, all'improvviso ha evidenziato la beffa del miracolo
della trasformazione che dava lavoro a duemila braccianti, fatalmente, si
è trasformata in una trincea dove
è iniziata una battaglia senza quartiere che, lungo la strada degli
appalti, ha cominciato a seminare una catena di morti ammazzati. La
Lodigiani non conosce la mafia? Lo vedremo.
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