Personaggi e interviste
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Giornale
di Sicilia 15.7.1977 Un personaggio sconcertante
Resta
un mistero
Misteriosamente entrato nel sequestro Cassina, l'ex parroco di
Carini ne è ancora più misteriosamente uscito, anche se per il rotto
della cuffia. Il processo ha svelato solo in parte come quando e perché
don Agostino Coppola entrò nelle trattative tra la famiglia del cavaliere
del lavoro Arturo Cassina e i banditi per il rilascio dell'ing. Luciano.
Secondo fonti responsabili, si ricorse ad Agostino Coppola quando il
gesuita Giovanni Aiello, scelto dai banditi tra una terna di nomi forniti
dal rapito, dopo la consegna di un acconto di 300 milioni, dovette alzare
bandiera bianca di fronte all'insistenza di "padre Guglielmo",
emissario dei banditi, fermo su un riscatto di tre miliardi. Ma, per non
destare sospetti, per l'incarico a padre Coppola, nipote del più famoso
"Frank tre dita", si dovette ricorrere alla mediazione
dell'arcivescovo di Monreale. E' risultato dagli atti che mons. Corrado
Mingo diede incarico a padre Giovanni Aiello di cercargli padre Agostino
Coppola, un sacerdote che gli era noto per essere stato economo del
seminario arcivescovile di Monreale.
Padre Agostino non accettò subito l'incarico. Prese cinque
giorni di tempo per recarsi a Roma e al ritorno, finalmente comunicò a
padre Aiello di aderire al "pressante" invito del suo
arcivescovo.
I risultati della nuova mediazione furono, sin dall'inizio,
positivi. Dai tre miliardi si passò alla richiesta di settecento milioni,
in aggiunta ai 300 già versati dai Cassina ai banditi. Poi, quando tutto
sembrava avviato, un intoppo. Padre Agostino Coppola informò don Aiello
che i banditi, oltre all'acconto di 300 milioni pretendevano un "saldo" di un miliardo netto: o prendere o lasciare.
La famiglia Cassina fu contrariata dalla nuova richiesta.
Tuttavia, per abbreviare i tempi della prigionia di Luciano Cassina,
dovette fare buon viso a cattivo gioco. Il miliardo tondo fu trasferito a
Casa Professa, nella residenza di padre Aiello. E qui, di sera, lo andò a
prelevare con la sua auto don Agostino che, poi, l'avrebbe consegnato ai
banditi. Due giorni dopo, comunque, l'ing. Luciano fu liberato.
Il nome di padre Agostino Coppola, ufficialmente, passò nel
dimenticatoio. Non comunque, per la famiglia del sequestrato. Arturo
Cassina, infatti, dovette ancora una volta ricorrere all'intermediazione
del parroco di Carini per una serie di minacce, evidentemente a scopo di
estorsione, pervenute al genero, ing. Pasquale Nisticò, direttore della
Lesca. E anche questa volta l'intervento del sacerdote di Partinico risultò
taumaturgico: i banditi non diedero più molestia all'ing. Nisticò.
Poi, le strane circostanze che legarono il nome di Agostino
Coppola ai sequestri Barone e Rossi di Montelera, riportarono alla ribalta
della cronaca l'ex parroco di Carini. Nel maggio 1974 la sorpresa
dell'arresto, nella sua abitazione, dove furono sequestrate banconote
(cinque milioni) del sequestro Barone. Questa circostanza tirò in ballo
don Agostino anche per il sequestro Cassina e il suo nome finì
accanto a quello di Giuseppe Calò, Leonardo Vitale e Francesco Scrima,
caduti nelle maglie dei carabinieri e della polizia dopo la liberazione
dell'ing. Luciano. Dei quattro, soltanto due, sono rimasti impuniti del
sequestro Cassina.
Ora, la lettera dell'arcivescovo di Monreale giunta nella
camera di consiglio della Corte, al momento del giudizio, ha cercato di
dare una nuova dimensione all'intervento di Agostino Coppola. "Sono
rimasto in silenzio durante tutto il corso del processo", ha
scritto mons. Mingo, "non per il timore di conseguenze di qualsiasi
genere contro la mia persona, ma solo perché non sorgessero equivoci
sulla missione sacerdotale". Ha aggiunto di avere sentito il
bisogno, come uomo e come sacerdote, di precisare, dopo avere appreso a
mezzo dei giornali che la Corte non aveva ritenuto opportuno di citarlo,
che l'intervento di padre Agostino Coppola, come intermediario del
sequestro, era stato da me sollecitato su pressione di padre Giovanni
Aiello, molto vicino alla famiglia dell'ostaggio, e del cavaliere del
lavoro Arturo Cassina padre dell'ing. Luciano.
Questa lettera è datata 8 luglio. Ma già la Corte alla
fine di giugno aveva dovuto saltare ben quattro udienze per "reperire" don Giovanni Aiello e per sentire da lui come
teste, la "verità" sulla "missione" Coppola
nel sequestro Cassina. Una ricerca affannosa quanto vana, al punto da
indurre la Corte a rinunziare alla preziosa testimonianza. Un comportamento, questo di padre Aiello, e una lettera quella di mons. Mingo, che non hanno chiarito il "giallo" dell'incarico a padre Agostino: un giallo che è rimasto tale anche dopo la sentenza della Corte che, con la sua formula dubitativa ha lasciato intatti tutti gli interrogativi sui retroscena del sequestro più lungo della nostra Sicilia.
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