con i miei occhi


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racconti di Giuseppe Francese

 

Prefazione

A Natale mi hai portato una lettera, scrivevi a me, ma parlavi con papà. Ogni cosa che facevi era dedicata a lui. Adesso tocca a me parlare di te, raccontarti ai tuoi amici e a chi ti ha voluto bene. Ma mi "costringi" a usare il tuo stile e a parlare con te. E chissà, a far parlare te direttamente con chi sfoglierà questo volumetto. Che è stata una "fatica tua". In poche parole, la tua vita. Raccontata da te medesimo, con la tua solita ironia velata di tristezza. Pagine di speranza. «Io speriamo che me la cavo» avresti detto per il gusto della battuta. E chiudevi con l'incontro con Jack, il tuo bel cane trovatello. Un incontro fra due solitudini per cominciare un nuovo cammino. «E con i miei occhi e con i suoi occhi - assicuravi - nonostante tutto, io e Jack andremo avanti e vi giuro che ce la faremo».

Purtroppo non è andata così. Adesso con i miei occhi mi costringi a guardare i tuoi occhi, a prendere una tua foto e poi una di papà: vi somigliate tanto, stessi occhi neri profondi, intensi, luminosi. «Ricordo i tuoi occhi scuri pieni di bontà», hai scritto di lui. Sì, questa somiglianza l'avevi notata pure tu, che di papà hai pazientemente raccolto tutto, le foto, gli articoli. E' stato il tuo modo di abbracciarlo: te lo hanno strappato via troppo presto. E' stato il tuo faro. Lo hai pure scritto: «Avevo quegli occhioni scuri quando bruscamente sei andato via. Ho ancora gli stessi occhi e con loro continuo a percorrere le impervie strade della vita. Senza di te, ma con te. Perché mi hai lasciato quella indelebile impronta. E così, con te dentro me, continuo a vivere mentre mi incontro e mi scontro con la vita».

È stato breve il tuo cammino. Guardo la tua foto e nei tuoi occhi che ci hanno regalato tanti sorrisi vedo adesso un'ombra di tristezza, di malinconia che in passato non ho saputo cogliere. Eri fragile ma ai nostri occhi ti sei sforzato di apparire sicuro. Dentro di te ferite profonde hanno continuato a sanguinare. Rabbia, dolore, solitudine e una grande sete di giustizia ti hanno lentamente corroso nell'anima, ma agli altri hai riservato sempre il meglio di te: le battute, l'allegria, l'impertinenza della tua età. Eri sempre pronto a tendere una mano, a correre al fianco di chi aveva bisogno, a consolare, a sostenere, a "battagliare" per le cause giuste, a sfidare i pericoli.

Solo a dicembre scorso hai avuto un attimo di debolezza. Hai tolto la corazza e mostrato la tua vulnerabilità, spiazzandoci. Per un attimo il "guerriero" è tornato il bambino con gli occhioni neri spauriti. E ha cominciato a guardarsi dentro per mettersi bene a fuoco, e ha cominciato a scrivere «Con i miei occhi», una «camera con vista» sulla sua vita. Ricordo quando ci hai portato a Natale questo volumetto: ci hai offerto te stesso, senza pudori. E non potrò dimenticare le risate che ci siamo fatti perché anche nelle situazioni più allucinanti sapevi trovare il lato comico. Volevi continuare a scrivere di altre "avventure", fare un corso di scrittura creativa, vivere. «Ho capito che nonostante tutto la vita è bella, forse per stare bene bisogna prenderla un po’ meno sul serio, come ci hanno insegnato Totò e Peppino».

Non ce l'hai fatta. Forse ti sei messo solo in viaggio verso un'altra vita. Forse sei voluto andare a cercare papà. Non trovo la risposta. Solo le tue parole, scritte in queste tue memorie-testamento: «Non so se quello che faccio è giusto o no. E dov'è scritto cosa è il giusto e cosa non lo è. Io sono fatto così».

Addio Peppino, fratello mio. Vorrei sentirmi in questo momento come Totò e regalarti una battuta per portarti un sorriso lassù, ma non ne sono capace. Era la tua specialità. E con questo libro in cui ci offri il tuo cuore, ne sono sicuro, continuerai a farci sorridere.

 

Tuo fratello Giulio


Ricordo

Avevo quegli occhioni scuri

L'Euro-convertitore

Il telefono

In libreria

In ospedale

Rientrando dalla ferie

Lo scienziatone

L'attesa

Ora ho Jack

 

Ricordo

Ricordo bene le tue mani bellissime e i tuoi occhi scuri pieni di bontà........

Nella mia vita non ho soltanto cazzeggiato, qualcosa di serio l'ho fatta anch'io.

Ho scritto e ho scritto di mafia.

Mio padre è stato un grande giornalista investigativo. Scriveva soprattutto di mafia. Per questo lo hanno ucciso: ventidue anni fa. Che fosse il migliore lo dice un'inchiesta giudiziaria, sfociata poi in un processo. Sette le condanne.

Anch'io ho scritto qualcosa, perché lo faccio? dato che nella vita il mio lavoro è tutt'altro? Boh! Forse soltanto sete di verità. Così qualche inchiesta l'ho fatta anch'io. In periodici poco conosciuti ma in cui ero libero di scrivere quello che volevo e l'ho fatto, credo di averlo fatto, bene.

Sono stato felice nello scrivere e ricordare un giornalista trovato morto sui binari ben quarant'anni fa. Non sopportavo la tesi ufficiale del suicidio. La mia: omicidio, senza alcun dubbio. L'ho scritto nel 1998. Oggi qualcuno ha chiesto timidamente la riapertura delle indagini. Cosimo (così si chiamava) è stato iscritto alla memoria all'albo dei giornalisti e in ultimo è stato ricordato nel suo paese natìo, con l'intestazione di una piazza. I suoi familiari continuano a ringraziarmi.

Così anche per un avvocato vice pretore, ucciso a Corleone e posteggiato per ventidue anni. E l'ho scritto. Stavolta anche in un quotidiano più prestigioso: l'inchiesta è stata riaperta. Speriamo bene! Speriamo che anche Ugo possa avere finalmente giustizia.

Ho riletto molte verità ufficiali. Ma ai miei occhi, occhi da ingenuo forse, o forse soltanto occhi di un povero stupido, sono verità che non mi convincono. E non mi convinco. Questa è la terra dei misteri: dall'arrivo del Prefetto Mori, allo sbarco degli americani in Sicilia, alle clamorose gesta del bandito Giuliano, alla strage di Portella delle Ginestre, all'uccisione di Giuliano, al tentato golpe Borghese, all'omicidio del colonnello Russo, ai grandi omicidi eccellenti degli anni '79, '80, '81 e seguenti, (che poi non è altro che il golpe dei `corleonesi'), alla misteriosa comparsa di Sindona in Sicilia, alla seconda guerra di mafia, alle grandi stragi, Ustica compresa, quale è la verità? E quante sono le verità?

A volte mi pare di assistere ad un vero e proprio gioco delle parti. A volte mi sembra che la verità sia come un immenso puzzle infinito, ogni tanto incastoni un pezzo e cerchi l'altro per andare avanti. Ma il puzzle è infinito, e nonostante tutto l'impegno possibile, non sarà mai completato. Nonostante gli sforzi, i sacrifici di tutti quei morti, ammazzati per aver compiuto fino in fondo il proprio dovere: non sapremo mai tutta la verità.


 

Avevo quegli occhioni scuri

Avevo quegli occhioni scuri quando bruscamente sei andato via. Ho ancora gli stessi occhi e con loro continuo a percorrere le impervie strade della vita. Senza di te, ma con te.

E mentre proseguo l'ineluttabile cammino della vita, mi guardo intorno.

Non sono riuscito a non fermarmi nel vedere un giovane stramazzato a terra in via Notarbartolo, tra l'indifferenza generale: ho telefonato alla polizia,che appena arrivata lo ha svegliato, gli ha controllato le braccia: «Vabbè, è un tossico». Gli hanno dato una pacca e via, mentre io mi chiedevo: «Ma dove andrà adesso?» e come un folle l'ho seguito per un po’, fin quando l'ho perso di vista.

Non sono riuscito a non precipitarmi tra gli scogli mentre stavo pranzando in una trattoria sul mare, vedendo un uomo svenire e cadere a terra. L'ho, insieme ad altri, portato in una casa, gli ho alzato le gambe, le ho poggiate su una sedia, poi ho chiesto: «II signore è diabetico?».

«No dottore».

Dottore 'sta minchia gli stavo rispondendo.

«Allora datemi subito acqua e zucchero e chiamate immediatamente un'ambulanza».

«Certo dottore».

Arridagli col dottore! Mentre il paziente riprendeva conoscenza, udivo da lontano il suono della sirena. Cazzo, pensai! Adesso in qualità di medico mi tocca salire sull'ambulanza. Appena l'ambulanza arrivò, riuscii a sgattaiolare tra la confusione. Ma mentre mi allontanavo sento una gran voce: «Grazie dottore». Era la moglie. Mi giro: «Di nulla signora, ho fatto semplicemente il mio dovere».

Non sono riuscito a fare a meno di sedermi accanto ad un giovane solo ed ubriaco che conosco di vista e che appena mi ha riconosciuto dentro al pub mi si è avvicinato e mi ha baciato. Mi sono seduto per un po’ accanto a lui cercando di convincerlo di non bere mai più, io che appena tre sere prima ero seduto nello stesso posto ubriaco quasi come lui. Quella sera però mi sono bevuto una bella tisana e l'ho invitato a fare lo stesso.

Non sono riuscito a non fermarmi nel vedere uno a terra pieno di sangue perché era stato investito. Ho cercato di tamponargli la ferita alla testa mettendomi seduto sotto di lui premendogli con un fazzoletto la testa che zampillava sangue: e con il suo sangue addosso quella mattina sono andato a lavorare.

Non riesco la notte nei pub a non guardare gli occhi profondi dei bambini di colore che cercano di vendere rose a chi li caccia con violenza.

Ed io lo so di non poter fare un cazzo per loro, perché lo sfruttamento dei minori fa comodo a tanti.

Non sono riuscito a trattenermi dal mandare a fare in culo quattro persone sedute accanto al mio tavolo, mentre stavo cenando in un ristorante, quando uno di loro si è permesso di dire: «Ma chi, tizio? La sua unica fortuna è che gli hanno ammazzato il padre».

Non sono riuscito una sera d'estate a resistere mentre mi trovavo seduto ad una tavolata composta dalla migliore nobiltà e alta borghesia palermitana, dove il discorso più profondo era sul viaggio alle Seycelles o alle Maldive o se è meglio la barca a vela di dodici, di quattordici o di diciotto o che cazzo ne so di metri. Non sono riuscito a resistere alla tentazione di afferrare la mano alla principessa X, come mi era stata preventivamente e forse in via cautelativa annunciata, ricalcarla su un tovagliolo, copiare perfettamente il suo anello e poi dirle: «Stasera mi porto questo tovagliolo a casa».

«Per farne cosa? Mi ha chiesto lei con un sorriso di compiacimento».

«Sai - le ho risposto - stasera nella solitudine del mio letto prenderò questo bel tovagliolo e mi farò una bella sega, perché non credo di poter avere alcuna possibilità di possedere la mano di una principessa in carne ed ossa».

Tutti i presenti avevano il viso "arrussicato" dalla vergogna, la principessa no! Anzi mi ha chiesto se potevo darle un passaggio a casa.

Non sono riuscito a far finta di non vedere don Vittorio salire le scale tutto imbacuccato alle 2,45 di notte. «Che c'è, don Vittorio».

«Buttana la miseria, ho sentito che mi citofonavano e ho pensato che fosse una donna che conosco; minchia stanotte si ficca.E invece arristò una dentro l'ascensore e la devo liberare».

Io pensavo dentro me «ma unni avi a ghiri che un si può manco catamiare».

Allora io, che pure avevo le braccia quel giorno che non potevo muovere perché ero caduto, l'ho accompagnato all'ottavo piano, rigorosamente a piedi, e l'ho aiutato. Lui sciancato di gambe e con il fiatone. Io con le braccia quasi immobili che santiavo per il dolore, impegnato a calare con una mano una leva e con l'altra le corde dell'ascensore.

«Don Vittorio tutti rue insemmula facemu una bella accoppiata, paremu Totò e Peppino».

Lui si è messo a ridere.

Ed é allora che ho capito che nonostante tutto la vita è bella.

Forse per stare bene bisogna prendere un po’ meno sul serio la vita, proprio come ci hanno insegnato Totò e Peppino.


 

L'Euro-convertitore

Ho regalato a don Vittorio una calcolatrice-convertitrice euro. Si perché ho capito che in questi giorni, che sono gli ultimi dell'anno 2001, lui è preso di panico. Ma voi lo immaginate un povero Cristo di anni 81 che ad un certo punto della sua vita, proprio quando pensava ad una vecchiaia serena, all'improvviso, boom, gli spunta l'euro. Lui, don Vittorio, che riesce perfettamente a tenere i conti del condominio, anche se ha la terza elementare (come tiene a sottolineare) in preda all'euro. Ebbene io l'ho visto, e vi assicuro che non è stato uno spettacolo piacevole. Ed è per questo che mi sono premurato di comprargli un euro-convertitore: per paura che ci restasse secco. Vi immaginate, morto non di cirrosi, o per un incidente, o a causa del carbonchio (come è di moda oggi): assolutamente no! Poteva morire trafitto dall'euro. Adesso è un po’ più tranquillo. Gli ho spiegato come funziona, più o meno, e gli ho detto di non fare assegni e che quando e se dovrà farne prima deve chiamare me. Capite, prima deve chiamare me che, in quanto ad assegni in euro ne so meno di lui. Gli ho anche regalato una busta di spiccioli in euro, così può cominciare ad allenarsi a fare i primi conti: «Don Vittorio, mi raccomando, stia attento alle virgole».

Lui, che se gli fai un regalo non se ne tiene una (come si usa dire dalle nostre parti) mi ha fatto trovare, dietro la porta di casa, due bottiglie di ottimo vino prodotte nel suo paese. Un vino eccellente. Io che mi emoziono quando ricevo regali, (scusate ma sono fatto così), quando l'ho visto gli ho detto: «Don Vittorio, io la ringrazio ma se continua a farmi regali le prometto che per sdebitarmi le compro una grossa scatola di pillole di Viagra che costano un sacco di soldi».

«Senta caro mio, veda dove deve andare, perché una cosa è certa, prima che muore lui - indicandomelo con la mano - è sicuro che muoio io».


 

Il telefono

Oggi sono andato a Piazza Marina a vedere il mercato dell'usato. Ci vado spesso, mi piace e mi rilassa. Ogni tanto faccio anche qualche acquisto. Oggi mi sono avvicinato ad una bancarella ed ho chiesto al robivecchi "un telefono beige, il più scassato che c'è».

«Guardi che io - mi risponde un po’ incazzato il robivecchi - vendo roba buona, il mio telefono funziona perfettamente».

«Lo so - gli ho risposto - ma a me serve un telefono scassato, che non funziona».

Il robivecchi mi guardava un po’ stranito. "Questo è pazzo», avrà pensato.

«Senta - mi spiego meglio. lo avrei bisogno di un telefono scassatissimo e che costa niente. Mi serve per fottere la Telecom».

Quello cominciò a guardarmi con aria leggermente più interessata.

«Sa, mio fratello sebbene abbia comprato da un po’ di tempo un telefono cordless, quello senza filo per intenderci, continua a pagare come un fissa il canone di noleggio apparecchio alla Telecom. Perciò voglio comprare un telefono scassato. Perché restituendo l'apparecchio che secoli fa gli hanno noleggiato e che non trova più, gli faccio fare la disdetta del noleggio».

I1 robivecchi, vuoi per l'idea che gli è piaciuta, vuoi perché gli avrò fatto simpatia, ha insistito per portarmi al bar ed offrirmi un caffè. Cosa che ho accettato volentieri. Anche a me faceva simpatia: aveva un occhio strano, forse di vetro. Boh! Comunque ricordate sempre una cosa che mi hanno insegnato e che non ho mai dimenticato: a Palermo un caffè non si rifiuta mai, può essere motivo di grave offesa. Al bar ho approfittato per chiedergli se nel suo piccolo, stretto e affollato magazzino - come me lo ha descritto lui - si trovano piccoli oggetti e giornali vecchi che mi servono. Lui mi ha detto che proverà a cercarmeli. Ci rincontreremo domenica prossima. Così con il mio nuovo, vecchio acquisto, un bel telefono beige scassato ma non troppo, l'ho salutato, gli ho fatto gli auguri natalizi e sono andato via. Mi sono infilato dentro la Vucciria, dove sono andato a salutare un vecchio amico di mio padre che ha una macelleria. «Buongiorno dottore».

«Senta, io non sono dottore e se non le dispiace diamoci del tu, per favore».

Dopo saluti, abbracci, auguri e baci mi dice: «Aspetta un attimo. Giovà - che sarebbe il ragazzo che lavora lì - apri il frigo e prendi un chilo di sasizza, quella messa di lato però, quella nostra». E rivolto a me agiunge: «Portati sta sasizza di maiale, assaggiala: e tale e quale a quella che vi portava vostro padre, non ha cambiato sapore per niente».

L'ho ringraziato: la sasizza la mangerò la notte di Natale insieme ad i miei familiari, speriamo che sia veramente come quella di ventidue anni fa.


In libreria

Recentemente ho interrotto una relazione. Una storia d'amore insomma, durata tanto, anche troppo, e che evidentemente, visto che è finita, amore non era più. Ma ti rimane lo stesso un vuoto: sono le abitudini, anche quelle cattive, anche quelle che sapevi perfettamente che erano cattive, pessime abitudini, ma che non riesci a troncare prima. Quando ti prende la nostalgia e ti senti un po' più solo cerchi gli amici, quelli che hai trascurato un po' per via di lei. Ma quando l'incontri capisci che non stai cercando loro, in fondo tu stai cercando semplicemente te stesso. E così ti rendi conto che vuoi stare un po’ da solo. Già, stare un po' da soli non fa sempre male. E tra una solitaria passeggiata e l'altra capita che ti infili nella tua libreria preferita. E tra un libro e l'altro ti accorgi di lei. Una che lavora lì. Ma da quanto? Non l'avevo mai vista. Forse lavora da poco o forse da molto, forse ero io ad avere gli occhi "improsciuttati" da una finzione d'amore. Sta di fatto che ti avvicini a lei per chiederle qualche consiglio su più di un libro da regalare (siamo in pieno periodo natalizio) e qualche amica intelligente ce l'ho anch'io. E' lei che con la sua semplicità e cordialità mi aiuta e mi consiglia nelle scelte. La ringrazio, cordialmente la saluto e vado via. Ma io vado via, lei no: resta dentro me. Mi restano i suoi occhi semplici e profondi, la sua voce, la sua preparazione e la sua sensibilità: «Cosa le è successo al braccio, si è fatto male? Mi aveva domandato».

«Nulla di grave, sono caduto, ne avrò ancora per poco».

Ma il fatto che lo abbia notato e me lo abbia chiesto mi ha dato l'impressione di essere di fronte ad una donna dolce e sensibile. Sono tornato in libreria il giorno dopo, e il giorno appresso. Dal lei siamo passati al tu. Non conoscevo niente di lei, soltanto il suo nome, ma sapevo che mi piaceva e speravo di poterla rivedere fuori dalla libreria, così per scambiare quattro chiacchiere e per capire se davvero era come l'avevo immaginata.

Incombevano le feste natalizie, la libreria era sempre affollatissima: «Cazzo - pensai di colpo - e se sta lavorando soltanto per queste festività? Rischio di non vederla più». Dovevo necessariamente osare un po' di più. Ed ecco la geniale pensata: le compro il mio libro preferito, le scrivo una dedica, metto il mio biglietto da visita dentro al libro, lo faccio incartare in confezione regalo, poi mi avvicino a lei che era incasinatissima (antivigilia di Natale) e le dico: «Ciao, questo è per te».

«Oh grazie - risponde lei - ma scusa se non posso aprirlo adesso - vedi ho un sacco di persone». «Certo, volevo semplicemente farti gli auguri di Natale, magari torno un altro giorno, finite le vacanze. Ciao e auguri di nuovo».

Esco dalla libreria contento per avere fatto un primo passo verso l'ignoto. Ma dura poco: l'ignoto presto, anzi prestissimo diventa noto. Incontro Francesca tra circa duecentomila persone che passeggiavano al centro e che approfittavano della chiusura delle strade del centro storico per le festività natalizie. Io e Francesca non ci vedevamo da almeno un anno. Ma fortuna, sfiga o semplicemente per volere del destino ci siamo rincontrati in quel punto, a quell'ora, in mezzo a cotanta folla. «Ciao Francesca come stai?». E lì a raccontarci quasi un anno di vita, fino ad arrivare alla libreria ed al mio incontro.

«Ah, sì la conosco, è molto carina. Ma guarda che è fidanzata con un ragazzo altrettanto carino. Anzi ti dico di più, convivono e lui fa il barbiere».

«Basta Francesca! Praticamente hai preso un coltello, lo hai messo ad ardere al fuoco e mi hai dato una pugnalata in pieno petto: te ne sei accorta o no?».

Comunque il fidanzato deve essere un uomo intelligente dato che sta con lei. Che sia mai il barbiere di Siviglia?


 

In ospedale

Io vivo da solo. Vivere da solo ha indubbiamente i suoi vantaggi. a volte no. Come quella gelida notte di febbraio. Ero ben accucciato sotto due coperte ed un piumone, quando all'improvviso:"ahiii!". Sento una fitta insopportabile al fianco destro. E più passava il tempo più il dolore aumentava.

«Che cazzo sarà mai, ho qui ho un'appendicite oppure ho le doglie».

Così con la forza della disperazione mi sono vestito da spaventapasseri, e con la macchina sono andato verso il pronto soccorso. Erano le 2,50 circa, di notte si capisce. Vicino casa mia c'è un ospedale: ma io no, in quello più lontano volevo andare, me ne hanno parlato tutti meglio. E mentre santiavo per il dolore, la mia auto mi conduceva all'ospedale più lontano.

Ero quasi arrivato quando pensai: «Minchia, e se mi ricoverano per operarmi, quella santa donna di mia madre, che ci ha pure la sua età, come viene e trovarmi? Come minimo deve prendere due autobus». E a Palermo se non prendi gli autobus che vanno nel salotto buono della città, ma quelli che vanno in periferia, ti perdi. Ed io non volevo perdere mia madre. Allora sempre santiando, faccio marcia indietro e mi dirigo all'ospedale, quello più vicino, quello che tutti me ne parlano male, ma io a mia madre negli autobus per la periferia non ce la mando. Dovessi crepare.

Finalmente arrivo al pronto soccorso, tutto chiuso. Comincio a suonare il campanello come un folle. Fin quando, uno con il camice bianco, che non si capisce se era medico o infermiere, mi apre la porta. Io ero piegato dal dolore. «Mettete questo qui nel lettino e fategli una flebo: ha una colica renale». Minchia e come lo ha capito: forse ce l'avevo scritto nella faccia smorfiata dal dolore. Mi mettono in un lettino; prendono il mio portafoglio e il mio cellulare: «Tenga signora». E li danno tranquillamente ad una signora che si trovava lì per i cazzi suoi.

Io li guardavo stralunato: «Scusate ma il portafoglio e il cellulare sono miei».

«Ma perché la signora non è con lei?».

«E no!».

«Signora ci scusi, ci ridia il portafoglio ed il cellulare. Ma allora lei é venuto da solo?».

«E già!».

Mentre stavo disteso sul lettino con una flebo infilata nel braccio, tremavo come una foglia: avevano lasciato dietro le mie spalle una finestra aperta.

Stavo morendo oltre che dal dolore anche dal freddo. «0 qui muoio per sto dolore, o di broncopolmonite». Intanto ero rimasto solo, perché il medico si era allontanato.

Finita la prima flebo non veniva nessuno. Ho piegato il metallo che sta lungo il tubicino della flebo e ho cominciato a chiamare il dottore: «Sente ancora dolore?».

«Sì, dottore».

E via con un'altra flebo, poi delle iniezioni attraverso la flebo e poi: «Apra la bocca» e giù una dozzina di gocce sotto la lingua. E di nuovo via. Continuavo a sentire freddo. Da quella finestra entrava un venticello gelido. Ma non avevo avuto nemmeno il tempo di chiedere la cortesia al medico di chiudere la finestra. Finita anche la seconda flebo chiamo il medico. «Come va?».

«Come prima dottore». E giù la terza flebo, iniezioni, gocce e via. «Cazzo, se n'è andato di nuovo. E la finestra?».

Alla quarta flebo, quando stava per rimettermi le gocce sotto la lingua, che fino ad allora non avevo detto niente perché erano buone, al sapore di fragola, gli ho chiesto: «Scusi ma queste gocce a che servono?».

«Sono dei tranquillanti».

«Perché dei tranquillanti? Non sono mica nervoso».

«Ma se trema come una foglia».

«Guardi dottore che se forse chiude la finestra, le prometto che non tremo più. Anzi la prego di avvicinarmi il mio giubbotto. Grazie».

In effetti con il giubbotto di sopra e la finestra chiusa non ho tremato più. Dopo la quinta flebo, la sesta iniezione e le quaranta gocce circa, non accusando più dolori sul fianco mi hanno dimesso. Appena uscito che erano le 3,45 e non si vedeva una mazza, sento una voce chiamarmi: «Signore, signore, per favore».

«Mi dica».

Era un uomo sulla sessantina e forse più, in pigiama: «Per favore, potrebbe accompagnarmi a casa? Mi hanno dimesso».

«Mi scusi, ma lei come c'è venuto in ospedale, da solo?».

«Perché lei come c'è venuto, accompagnato?».

«Già!».

«In realtà mi hanno dimesso da circa un'ora, ho telefonato ad un amico, ma ancora non si è visto nessuno. Per favore mi accompagni lei».

Io che ero ancora rincoglionito dalle gocce, ed avevo il fianco indolenzito gli ho detto «Bene, andiamo. Dove abita?».

«Allo Zen 2, sa dov'è?».

«Più o meno, ma faccia strada lei».

Il tizio cominciò a farmi fare strade scognite che io non conoscevo proprio. Mi sembrava di vivere in diretta una scena del film «incontri ravvicinati del terzo tipo»; quando quelli con l'automobile cominciano a perdersi per le strade e cominciano ad avere paura.

Siamo approdati in una zona di case mezze diroccate: una lunga fila di cubi rosa, tutti uguali, che ad una prima occhiata parevano casermette deserte dopo un attacco via terra dei marines.

Attorno buio pesto: «Per favore mi accompagni dentro casa che da solo non ce la faccio».

Intanto notavo che a circa trenta metri da noi c'erano due uomini che parlottavano tra loro, fuori da una utilitaria color bianco, uno da un lato dello sportello, uno dall'altro. Ebbi paura, pensai ad un'imboscata.

«Se qui mi acchiappano posso urlare come un agnello portato al macello, ma chi mi aiuta?».

Intanto il vecchietto insisteva ed io non sapevo che fare: me lo misi a braccetto e cominciai a pregare in silenzio.

«Tanto, se muoio adesso sono a posto perché sto facendo una buona azione». Giunsi ad un portone: tutto intorno buio, buissimo.

«Ecco siamo arrivati, mi aiuti ad entrare per favore».

C'era qualche gradino. Così con un braccio sollevavo il vecchietto mentre con un occhio guardavo in direzione dei due uomini, che ad un certo punto non vidi più. «Cazzo, ora mi arriva una botta in testa», e già stringevo i denti nell'attesa. Finalmente il vecchietto entrò in casa, e a me nessuna botta. Mi è andata bene. Ho salutato il vecchietto che mi ha tanto ringraziato. Cercavo tra un dedalo di viuzze la strada del ritorno verso casa. Mi ero infilato in una specie di labirinto dal quale non riuscivo più ad uscire ed inoltre temevo di rincontrare l'utilitaria bianca. Poi finalmente ho ritrovato la strada giusta.

Ogni tanto ripenso a quella notte, a quel vecchietto e alle nostre solitudini.


Rientrando dalla ferie

Un giorno, rientrando in ufficio dalle ferie, mi si avvicina Lidia e mi dice: «Sai che è successo?». «Immagino di no, sto rientrando oggi. Che è successo?».

«Elena ha dato le dimissioni dall'impiego».

«Si è licenziata?».

«Si, ha già presentato l'istanza di dimissioni».

«E nessuno è riuscita a dissuaderla?».

«Veramente ci abbiamo provato in pochi, ma non siamo riusciti a convincerla».

«Lidia hai la macchina?».

«Sì».

«Bene! Andiamo a prenderla».

Elena è figlia di una delle tante vittime eccellenti di questa città. Da poco aveva perso anche la madre alla quale era legatissima. In un momento di sconforto aveva preso questa decisione, senza capire realmente cosa stesse facendo, perché lo stesse facendo e soprattutto le conseguenze a cui sarebbe andata incontro se lo avesse fatto.

Fortuna volle che fosse in casa. «Ciao Elena, come stai?». «Benino».

«Bella questa casa, è tua?».

«No, è in affitto».

«Ho visto l'auto che hai comprato, bella, in contanti immagino».

«No, la pago a rate».

«La luce la paghi?».

«Certo».

«Mangi ogni tanto?».

«Certo, ma perché mi fai queste domande?».

«Elena, hai trovato un altro lavoro che ti soddisfa di più?».

«No, non ho trovato alcun lavoro».

«Allora come cazzo pensi di campare? Domani tu rientri immediatamente in ufficio, anche se non ti piace, anche se non ti va. E non voglio sentire ragioni. Pensa a quanta gente è disoccupata e pensa soprattutto a tuo padre che come il mio è lassù e ci stanno guardando. Pensi che tuo padre sia contento della scelta che stai facendo? Se oggi hai questo posto lo devi a lui, non dimenticarlo, ti piaccia o no. Sei poi trovi qualcosa di meglio sei libera ti licenziarti, ma adesso, cazzo, no».

«Ma ho già fatto l'istanza».

«L'ho già strappata. A domani allora. Alle otto in punto ti aspetto giù e se non ti vediamo, io e Lidia ti veniamo a prendere con la forza».

Ritornando con l'auto in ufficio Lidia ed io eravamo contenti per averci provato, ma nello stesso tempo un po’ preoccupati e perplessi: «E se domani non viene?». Arrivato in ufficio ho chiesto ai colleghi del personale di pazientare un pochino con la pratica di dimissioni di Elena, spiegando loro che quasi sicuramente ci aveva ripensato.

Elena l'indomani fu puntuale. Erano le otto quando la vidi arrivare. Elena, come me, fa parte di quella schiera di "fortunati" (almeno così ci considerano in tanti), che hanno avuto un posto di lavoro presso una pubblica amministrazione in qualità di orfani di vittime della mafia. «Categoria fortunata». Sì, perché per entrare non abbiamo fatto nessun concorso, ma siamo stati assunti attraverso una legge nazionale. C'è da chiedersi allora: quanti hanno fatto un concorso alla Regione? E quei pochi che lo hanno fatto, non si sono rivolti proprio a nessuno? Neanche per un piccolo aiutino?

Lidia, dopo qualche mese, non rientrò più in ufficio e nemmeno a casa.

È andata in cielo: un angelo, forse, l'ha voluta con sé.


 

Lo scienziatone

Mio nonno materno ha sempre vissuto in casa con noi. Io ero molto legato a lui e porto il suo nome, fu lui a battezzarmi. Era imbattibile con le carte siciliane: mi insegnò lui a giocare. Un giorno, alla veneranda età di 89 anni, quando io cominciavo già a pensare che fosse immortale, si ammalò improvvisamente e dopo un mese morì. Soffrii immensamente per la sua malattia e per la sua morte. Per me era come se fosse morto il mio secondo padre. Per seppellirlo lo portammo al suo paese natìo. Poiché le tombe antiche erano più corte rispetto alle casse modeme, dovettero in fretta e furia modificare la tomba di famiglia. La mia famiglia aveva già preso accordi telefonici con un muratore o un becchino del posto, che ancora oggi non ho capito che mestiere facesse questo genio. Arrivati sul luogo, afflitti per la perdita, trovammo la tomba non ancora definita: non fu possibile seppellire il nonno. Fu posto nella camera ardente nell'attesa che la tomba fosse completata. «Signor lei, veda che quando avrà terminato di costruire la tomba, non deve seppellire mio nonno, anche perché come lei ben saprà, la presenza almeno di un familiare, in questa circostanza, è obbligatoria».

Ricevemmo la telefonata: tutto era pronto. Io ed i miei familiari ci recammo subito in paese, ma con nostra enorme meraviglia, il becchino-scienziato aveva non soltanto seppellito mio nonno, ma lo aveva addirittura murato con il cemento armato, nella base della tomba. Così, a suo dire, con sua enorme scienza, era riuscito a recuperare altri due posti. Naturalmente m'incazzai parecchio, sia perché non ci aveva atteso per la sepoltura, che però venne fatta davanti ad un parente, pertanto ai sensi di legge, ma anche perché mio nonno era stato "murato". Proposi allora immediatamente di tirarlo fuori da lì, ma la cosa era alquanto difficoltosa, trattandosi di cemento armato: si sarebbe dovuto intervenire almeno con i martelli pneumatici e per più giorni. Ma c'è di più. "Mister scienza" ad un certo punto, mentre io mi sentivo più confuso che persuaso, mi si avvicina e mi dà un sacchetto di plastica nero, quello che si usa per buttare l'immondizia. Prendo il sacchetto e guardo il suo contenuto, senza ancora rendermi conto di cosa ci fosse dentro. «Mi scusi, ma cosa c'è dentro?».

E lo scienziato risponde: «Questa è tua nonna».

«Minchia», risposi io. «E che ci fa qua dentro?».

Nel ricostruire la tomba, il becchino-scienziato, vedendo che la cassa che conteneva le reliquie di mia nonna (moglie del nonno appena morto) si era ormai infradicita dato il lungo tempo trascorso, aveva pensato bene, e senza avvertire nessuno, di spurgarla, ossia togliere dalla cassa le sue povere ossa e farcele trovare in un sacchetto. Fortunatamente mia madre che era già addolorata dalla morte del padre non capì nulla. Se solo avesse visto quel giomo il contenuto del sacchetto credo che sarebbe morta di crepacuore pure lei.

Mi avvicinai molto incazzato allo scienziato e gli chiesi: «Adesso che cazzo ci faccio con questo sacchetto?».

«Ma lei doveva portare una piccola urna di legno che contiene le ossa».

«Ma se lei non mi ha nemmeno avvisato che ha tolto le ossa di mia nonna dalla tomba, come cazzo facevo io soltanto ad immaginare di portare la cassa?».

«Vabbè, non si preoccupi, metta il sacchetto dietro il portabagagli della sua automobile, vada a Palermo, lì compra una cassetta, ci fa infilare sua nonna e poi la riporta qui".

Lo guardavo stralunato e pensavo: «Questo è completamente rincoglionito».

«Quindi secondo lei, io dovrei fare così?».

«Certo, è l'unica soluzione».

«Scusi, e se mi dovesse fermare, così per caso, una pattuglia dei carabinieri, io cosa devo dire, che è stato lei a consigliarmi questa brillante idea?». Quello sbiancò, forse per la prima volta aveva intuito la cazzata che aveva commesso, forse aveva anche intuito che, incazzato come ero, avrei potuto chiamare i carabinieri del luogo e fargli fare la festa. Mi chiese scusa. Ero talmente addolorato per la morte di mio nonno e confuso per il casino che aveva combinato lo scienziatone che sinceramente non me la sentii di fargli passare un guaio, anche perché capii sinceramente che questo era scemo davvero. Allora lo pregai, giusto per chiudere la cosa in fretta, visto che mia madre ancora non si era fortunatamente accorta di nulla, di infilare immediatamente quel sacchetto nell'ossaia. Una vicenda triste, drammatica e paradossale. Ma bisogna vedere anche il lato positivo delle cose: avevo visto mia nonna.Io che non l'avevo mai conosciuta in vita, riuscii a vedere il suo viso (o meglio il suo teschio) che parve sorridermi. Devo confessare che non mi fece nessuna brutta impressione: in fondo era pur sempre mia nonna.


L'attesa

Mi trovavo seduto sul sedile anteriore della vecchia auto di mio padre. Un mio fratello seduto dietro. Mio padre ci stava portando nella casetta che avevamo in affitto ad Aspra. La casa aveva un grande giardino, direi un vero e proprio terreno di campagna. Quella casa e quel grande giardino sembravano una specie di mini, che poi tanto mini non era, zoo. Papà ci teneva di tutto. Cani, gatti, capretta, galline, uccelli, conigli, ecc...

Quella mattina di primavera stavamo andando lì per dare il cibo a tutti gli animali. Arrivati a Ficarazzi, mio padre svolta a sinistra, e procede per una traversina che arrivava al lungomare. Ad un certo punto, da questa strada stretta, dalla parte anteriore di un camion posteggiato sbuca improvvisamente una bambina con una bicicletta. Mio padre con un gesto fulmineo e istintivo riuscì appena in tempo ad arrestare l'auto. La bambina, tranquilla come una pasqua, stava proseguendo la sua passeggiata, quando papà, apre il finestrino e le dice: «E se ti investivo? Devi stare più attenta con la bici quando vai per la strada».

La bambina con aria inebetita lo guarda e gli risponde: «Ma io aspittava (ma io ho aspettato)». Basta, mio padre mette la marcia e riparte. Qualche minuto dopo, scoppio a ridere. Preciso che quando ero piccolo avevo una risata che non riuscivo più a frenare ma aveva anche una peculiarità: era contagiosissima. Cosicché sia mio padre che mio fratello scoppiarono in una solenne risata da contagio senza capire in realtà perchè stessero ridendo. E più me lo chiedevano, più io ridevo e non riuscivo a prendere fiato per spiegarlo. Intanto tra le risate generali, l'auto proseguiva la sua corsa verso casa. Io seguitavo a ridere: loro appresso a me. Finalmente, quando arrivammo quasi a casa, riuscii a parlare: «Ma che cazzo stava aspettando la bambina, di morire?». Già perché se vogliamo proprio leggere nelle parole e soprattutto nelle intenzioni della bambina, sembrerebbe che si fosse nascosta dietro il camion e che stesse aspettando la prima auto per farsi schiacciare. «Io aspittava!», aveva risposto a mio padre. Ma aspettava che? La morte? Fortunatamente tutto andò liscio, grazie soprattutto ai riflessi di mio padre. Sono passati tanti anni ma quando, ogni tanto, ripenso a questo episodio, mi scappa ancora un sorriso.


 

Ora ho Jack

Adesso non vivo più da solo.

Ho adottato un cagnolino di quasi cinque mesi.

L'ho chiamato Jack, non come lo squartatore, ma come il protagonista di un programma radio: un cane sciolto. È successo che un giorno, uno di quelli qualsiasi, vedo un gazebo. Mi avvicino e scopro che erano quelli della Lav (lega antivivisezione). Avevano appresso un cagnolino. Un bastardino tutto beige, con le zampette bianche e il musetto con una strisciolina bianca. Poi gli occhi. Due occhi verdi dolci e profondi come quelli di un bambino.

Da un po' di tempo desideravo un cane. Quando lo guardai negli occhi e lui guardò me, non ebbi nessuna esitazione e l'adottai.

Oggi sono felice come una pasqua. Jack è un cane intelligentissimo e buonissimo. Gli do tanto, ma ricevo forse ancor di più. È passata una settimana da quando l'ho adottato ma mi sembra che ci conosciamo da sempre.

Forse lui stava aspettando me, come io stavo cercando lui.

E con i miei occhi, e con i suoi occhi, nonostante tutto, io e Jack andremo avanti: e vi giuro che ce la faremo.

 

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